PIACENZA – Gravissima la situazione causata dall’onda nera di petrolio che ormai è giunta sino alle porte dell’Emilia, interessando proprio ieri la provincia piacentina. “Le conseguenze potevano risultare ancora più gravi se fosse capitato in aperta stagione irrigua, dove l’impianto di sollevamento da fiume Po gestito dal Consorzio preleva acqua per circa 7 mila ettari di territorio da irrigare nel basso piacentino”. Queste le parole di Fausto Zermani, presidente del Consorzio di bonifica di Piacenza.

Ogni anno presso l’impianto di sollevamento da fiume Po di Scazzola in comune di Monticelli d’Ongina (loc. San Nazzaro), vengono sollevati in media 25 milioni di mc d’acqua per l’irrigazione del basso piacentino che consente e permette la produzione delle derrate di pregio che caratterizzano il territorio provinciale.

 

L’acqua, risorsa naturale, è un bene prezioso la cui scarsità rischia di diventare un grave problema a livello mondiale e nazionale. Vanno attuate politiche volte alla preservazione di tale bene e soprattutto volte al controllo costante delle acque e a chi spesso abusa di tale bene, come gli ultimi eventi accaduti nel fiume Lambro.

 

L’utilizzo maggiore di risorsa idrica è destinata prevalentemente al mondo agricolo, industriale e civile. In provincia di Piacenza il prelievo agricolo è il 73% di quello complessivo, con la caratteristica sfavorevole di attingere prevalentemente dai torrenti appenninici e dal fiume Po, con portate estive sempre meno certe e stabili. Non è un caso che il prelievo maggiore venga proprio dal mondo agricolo, dato che l’elemento principale e basilare presente nelle colture è proprio l’acqua, e di conseguenza per una migliore resa e maggior produzione di derrate agricole si ha la necessità di attingere a tale risorsa, per poter permettere che il bene primario per eccellenza, ovvero il bisogno alimentare e nutrizionale, non venga mai a mancare.

“Dopo i fatti successi, spiega Zermani, il Consorzio auspica che non ci siano danni ingenti agli impianti di sollevamento da Po e che ciò non vada a compromettere l’inizio della stagione irrigua o, ancora una volta, il mondo agricolo risulterà il più colpito e il più danneggiato. In particolare per la metà di aprile, quando alcune colture potrebbero richiedere l’uso della risorsa acqua (quali cipolla e pisello) in quel periodo l’impianto di sollevamento Scazzola potrebbe entrare in funzione”.

 

Si auspica soprattutto che nel breve-medio periodo il problema si risolva in maniera definitiva poiché non si possiede certezza alcuna che verso la metà di aprile la macchia di petrolio sia stata completamente eliminata. Se anche le sponde non dovessero risultare completamente pulite dai residui di petrolio, il prelievo di acqua da fiume Po in loc. San Nazzaro di Monticelli e la distribuzione capillare dell’acqua andrebbe a danneggiare seriamente le colture locali.

 

In merito a tale fatto il presidente Zermani tiene a precisare che “quanto accaduto in questi giorni deve interessare l’intera Nazione. Questo non è infatti un caso che deve riguardare solo coloro che combattono da anni a favore dell’ambiente, ma il disastro che ha colpito il fiume Lambro e il fiume Po è qualcosa di scandaloso che coinvolge tutte le istituzioni e tutti i singoli cittadini, chiamati a impegnarsi per tutelare la risorsa acqua. Alla fine chi paga è sempre l’agricoltura, ovvero chi direttamente è coinvolto nella vigilanza del territorio. Com’è possibile che questa macchia di petrolio sia partita da un semplice canale e stia raggiungendo l’Adriatico? L’agricoltura non può pagare in prima persona danni provocati da terzi e soprattutto danni che, ad oggi, solo in minima parte sono stati sanati. Se tutto ciò fosse capitato anche solo tra poche settimane, i disastri sarebbero stati incalcolabili”.